Tolkien e l’antisemitismo

Il XX secolo ha conosciuto uno dei più grandi orrori nella storia dell’umanità: la Shoah, ovvero lo sterminio di milioni di ebrei europei. Shoah è una parola che in ebraico significa “distruzione, catastrofe”, un avvenimento mostruoso, prodotto dello scatenarsi delle forze più abiette dell’animo umano. Nella Germania nazista, fu come se le porte dell’inferno si fossero aperte e ne fossero usciti dei demoni scatenati.

E’ indubbio che tra gli scrittori che avessero colto tutte le devastanti potenzialità delle forze del male ci fosse John Ronald Reuel Tolkien. Il Signore degli Anelli è anche la descrizione di ciò che può accadere quando il male trova spazio per diffondersi, quando si cerca di venire a compromesso con esso- come nel caso di Saruman– quando non ci si oppone con sufficiente coraggio e determinazione.

Tolkien ebbe sempre una chiara visione della disumanità e della intrinseca malizia delle ideologie totalitarie del ‘900, il Comunismo e il Nazismo. Seppe dare dei giudizi precisi su di esse, e nei suoi racconti è sempre evidente che ogni forma di oppressione, di governo dispotico, ogni forma di odio organizzato è da condannarsi e contrastare.

Tolkien, per la sua sensibilità e la sua storia personale, aveva ben chiaro quanto fosse odiosa e ingiusta ogni forma di discriminazione su base etnica e religiosa. Fin da bambino aveva toccato con mano la discriminazione anti-cattolica dell’Inghilterra protestante; il disprezzo settario nei confronti degli irlandesi, poveri immigrati discriminati per le loro origini e la loro fede. Nella sua infanzia a Birmingham aveva visto la povertà dei quartieri irlandesi, autentici ghetti malsani che ospitavano coloro che erano fuggiti alla fame, alle carestie, alle ingiustizie perpetrate dall’Impero Britannico.

Come cattolico quindi non poteva che essere solidale con gli Ebrei, con questo popolo costretto da secoli alla fuga, alla discriminazione, al sospetto, al disprezzo.

Come studioso attento di storia, Tolkien conosceva bene una delle più brutte pagine della storia inglese, una pagina spesso rimossa e occultata: quella della cacciata degli Ebrei dall’Inghilterra alla fine del XIII secolo. Il protagonista negativo di questo episodio era stato Edoardo I Plantageneto, il terribile sovrano che aveva soggiogato il Galles e invaso la Scozia, venendo fermato solo dall’eroismo di William Wallace e Robert The Bruce.

Per finanziare le sue guerre, Edoardo depredò la comunità ebraica con tasse altissime, decretò che tutti gli ebrei dovessero portare sui vestiti una stella gialla, così da essere identificabili. Nel corso di questa persecuzione, Edoardo fece arrestare tutti i capi delle famiglie ebree. Trecento di loro furono portati alla Torre di Londra e giustiziati, mentre gli altri furono uccisi nelle loro case. Nel 1290, il re decretò l’espulsione degli ebrei dal regno e la confisca di tutti i loro beni.

In quella Torre, secoli dopo, sarebbero finiti Tommaso Moro  e i martiri cattolici che tanto erano cari a Tolkien e sul cui esempio fin da ragazzo aveva forgiato la sua etica dell’amore e del sacrificio.

Questa precisa consapevolezza, oltre naturalmente alla sua cultura e alla sua profonda religiosità, che era conscia delle radici ebraiche del Cristianesimo, che lo avrebbero portato a tradurre il Libro di Giona per la Bibbia di Gerusalemme, portarono Tolkien a respingere qualunque forma di antisemitismo. Una prova straordinaria viene da una lettera che scrisse ad un editore tedesco nel 1938. L’editore era interessato alla pubblicazione in Germania de Lo Hobbit, che era uscito nel settembre del 1937 riscuotendo un enorme successo. I tedeschi, prima di acquisire i diritti per la pubblicazione, chiedevano all’autore una dichiarazione di arianità. La risposta di Tolkien fu ironicamente tagliente come una spada elfica:

“Temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arish. Io non sono di origine ariana, cioè indo-iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se Voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato. Il mio bis-bis-nonno venne in Inghilterra dalla Germania nel diciottesimo secolo: la gran parte dei miei avi è quindi squisitamente inglese e io sono assolutamente inglese, il che dovrebbe bastare. Sono sempre stato solito, tuttavia, considerare il mio nome germanico con orgoglio e ho continuato a farlo anche durante il periodo dell’ultima, deplorevole guerra, durante la quale ho servito nell’esercito inglese. Non posso, tuttavia, trattenermi dall’osservare che se indagini così impertinenti e irrilevanti dovessero diventare la regola nelle questioni della letteratura, allora manca poco al giorno in cui un nome germanico non sarà più motivo di orgoglio”.

Una risposta di tale tipo era una ridicolizzazione delle pretese teorie pseudoscientifiche del nazismo, era il rifiuto di sottostare a norme razziste, ed infine era una aperta dichiarazione di stima e amicizia per il popolo ebraico, al quale Tolkien dichiarava il proprio rammarico di non esserne appartenente.

A differenza di molti intellettuali del suo tempo, e della stessa Inghilterra, che sembravano nutrire simpatie per il Nazionalsocialismo, Tolkien aveva una visione chiarissima, come ebbe modo di esprimere in un’altra lettera, scritta al figlio Michael nel 1941:

“Comunque in questa guerra io ho un bruciante risentimento privato, che mi renderebbe a 49 anni un soldato migliore di quanto non fossi a 22, contro quel dannato piccolo ignorante di Adolf Hitler (perché la cosa strana circa l’ispirazione demoniaca e l’impeto è che non riguarda per niente la statura intellettuale di una persona, ma riguarda la sola volontà). Sta rovinando, pervertendo, distruggendo e rendendo per sempre maledetto quel nobile spirito nordico, supremo contribuito all’Europa, che io ho sempre amato, e cercato di presentare in una giusta luce”.

Quello spirito che nella Britannia medievale era stato reso cristiano, e che aveva animato i grandi santi dell’Inghilterra, della Scozia e dell’Irlanda. Uno spirito nordico di cui il neopaganesimo nazista era solo una ridicola, perversa caricatura. Uno spirito religioso che non avrebbe mai potuto essere anti-semita, e che difese le ragioni dei piccoli popoli contro l’idea di sterminio, contro tutti i Sauron della storia.

 

Paolo Gulisano

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