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Il Mondo di Tolkien
SMITH DI WOTTOM MAJOR
SMITH DI WOTTON MAJOR
Conosciamo Tolkien come lo scrittore degli hobbit. Ma nella sua vita di filologo, il nostro autore ha scritto molte altre opere maggiori (la mitologia precedente al grande romanzo) e molte minori o sconosciute ai più ed ignorate pur essendo dei gioielli. Abbiamo già visto, in un altro articolo, una panoramica dei racconti minori. Ora iniziamo a conoscerle una per una. E per una volta tanto partiamo dal fondo.
“Smith di Wotton Major” è l’ultimo racconto scritto da Tolkien e che fu pubblicato mentre l’autore era ancora in vita. Iniziò a scriverlo nel 1964 dieci anni dopo il grande successo del Signore degli Anelli. Fu pubblicato da Allen & Unwin nel 1967.
In Italia è pubblicato col titolo “Fabbro di Wotton Major” o in una edizione speciale, ampliata e con grande dovizia di particolari sulla genesi dell’opera “Il Fabbro di Wotton Major” Bompiani (2005) con le illustrazioni originali di Pauline Baynes (la disegnatrice ufficiale preferita da Tolkien) e traduzione di Isabella Murro. Unica nota discutibile riguardo quest’opera è l’aggiunta dell’articolo nel titolo che nelle precedenti traduzioni non c’è e che toglie forza, a modesto avviso di chi scrive, al nome proprio ‘Fabbro’.
LA STORIA
Nella cittadina di Wotton Major il luogo più importante è la Cucina. Ogni generazione il mastro Cuoco prepara una torta gigante per tutti i bambini buoni del villaggio. In quell’anno Figlio di Fabbro trova una stellina d’argento nella sua fetta di torta. Una stellina fatata che gli permetterà di quando in quando di fare visita al mondo di Feria (il mondo delle Fate letteralmente, ma in realtà è il mondo parallelo degli elfi e altre straordinarie creature e avventure dal fascino irresistibile ma altrettanto pericolose). Diventato adulto e affermato, quando ormai i suoi figli stanno crescendo, Fabbro dovrà riconsegnare la stellina d’argento perché un altro bambino possa godere di ciò che lui stesso ha sperimentato. La riconsegna ad Alf, l’apprendista cuoco che solo allora dopo tanti anni, gli rivelerà l’affascinante mistero della sua persona.
Tolkien scrisse questo testo per puro caso. Un giorno gli fu chiesta una prefazione da un editore americano per un libro, un racconto fantastico. Egli stesso ce ne riferisce in una delle sue lettere: “In un qualche momento del 1964 accettai di scrivere per la Pantheon Books una prefazione a The Golden Key di George MacDonald.”
Tolkien iniziò a comporre una introduzione cercando di spiegare al pubblico il termine ‘Fairy’, fatato.
Ma puntiglioso com’era di solito tardava a consegnare il lavoro. Fino a che l’introduzione prese la forma di un racconto. Allora interruppe la prefazione che non venne mai conclusa e si concentrò sulla nuova idea.
Così si leggeva nella prefazione mai edita, riprendendo un suo saggio “Sulle fiabe” (in JRR Tolkien ‘Il medioevo e il fantastico’): Feeria è molto potente. Perfino un pessimo autore non può sfuggirle. Probabilmente mette insieme la sua storia con pezzi di storie più vecchie, o con ricordi semidimenticati, che possono dimostrarsi troppo forti prechè lui possa rovinarli o eliminarne l’incanto. Alcuni possono incontrarli per la prima volta in questo sciocco racconto, e osservare un barlume di Feeria, e continuare con cose migliori. Questo si potrebbe spiegare con un racconto breve, così. C’era una volta un cuoco che pensò di fare una torta per una festa di bambini. S’era convinto che dovesse essere molto dolce….
Così nacque il racconto. Una storia (tra tutte la preferita di chi scrive!) ricca di una nostalgia triste ma non disperata.
La stella come lascia-passare per il mondo di Feeria che non è dovuta ma donata. E che a tempo debito va restituita. Come forse la vena artistica di Tolkien che ormai settantenne sentiva forse lasciarlo piano piano. Ma un distacco dolce che lo faceva sentire pieno. Forse Tolkien non amerebbe questa intrusione nella sua sfera privata, eppure egli stesso ne scrive in una sua lettera guarda caso al nipote Michael George (Tim?) “ … Ma il breve racconto non era (naturalmente) indirizzato ai bambini! Era il libro di un anziano già appesantito dal presagio della ‘perdita’”. In aggiunta rivela al nipote che il personaggio di Alf si rifà “al nostro piccolo ammirevole capo (dal cappello molto alto)” cioè al Preside del Merton in quell’anno. (La realtà in Trasparenza – lett 299 a R.L. Green del 12 dic 1967). E dello stesso parere è Carpenter il biografo di Tolkien.
Una curiosità investe in pieno questo breve ma significativo racconto. Un giorno i frati di Blackfriars (Frati Neri) e il preside di Pusey House invitarono Tolkien a tenere una conferenza in convento. Naturalmente lui non aveva avuto il tempo per preparare niente e allora lesse il racconto all’assemblea. Lo scrisse a suo nipote:
“Non ti ho avvertito della mia conferenza mercoledì sera. Pensavo saresti stato troppo occupato. In realtà non ho tenuto una conferenza, ma ho letto un breve racconto scritto di recente e non ancora pubblicato; se non te l’ho ancora inflitto, lo puoi leggere quando avrai tempo: Smith of Wotton Major. Benché il titolo voglia suggerire … una storia da Giornalino dei Ragazzi non è niente del genere. ” e così descrive la conferenza: “L’avvenimento mi ha molto sorpreso e anche i promotori…Era una serata perfida e piovosa. Ma è venuta tanta gente … che è stato necessario sgomberare il refettorio (una sala lunga come una chiesa) e ancora non c’era posto per tutti. E’ stato necessario ricorrere in fretta ad altre uscite. Mi hanno detto che sono entrate più di ottocento persone. Faceva molto caldo e penso che sia stato meglio che tu non ci fossi” ( ivi, lett 290 a M.G. Tolkien 28 ottobre 1966)
Padre Bailey, all’epoca priore di Blackfriars riportò l’avvenimento:
Non fu fatta alcuna pubblicità, tranne forse un annuncio sulla porta della chiesa. Ma la notizia si diffuse e il risultato fu che arrivarono autobus da Londra, Cambridge, e forse da Leicester. La conferenza fu tenuta nel refettorio: una grande sala, con il pavimento di marmo e sedie lungo i muri. Le sedie erano tutte occupate e il pavimento era coperto di persone sedute con le gambe incrociate. Il suo microfono (di Tolkien) fu smosso così le persone che stavano sul fondo non potevano sentirlo. Ma non importava, restarono seduti tranquilli, guardandolo come se fosse uno degli apostoli. Vederlo e guardarlo era più che abbastanza. ( test tratta da V. Flieger, curatore dell’edizione italiana Il Fabbro di W.M. – Bompiani 2005)
La fama di Tolkien lo precedeva e molti volevano sentirlo. Doveva avere una grazia speciale nel trasmettere quello che sentiva, come Fabbro che quando torna a casa brilla di luce riflessa.
E’ interessante notare come la gente lo seguisse e cogliesse questa aura quasi di “santità” che traspare dalle sue opere tanto che una delle sue fans in una delle sue lettere lo scrive apertamente riferendosi al Signore degli Anelli. Tolkien però le risponde:
Cara lettrice,
Le sono molto grato per le sue osservazioni. Lei parla di una “saggezza e una santità” nel Signore degli Anelli “che sono di per sé stesse un potere”. Mi ha profondamente commosso. Niente del genere mi era mai stato detto. Ma per uno strano caso, proprio mentre scrivevo questa lettera, un uomo, che si è definito un non credente, mi ha detto: “Lei ha creato un mondo che sembra pervaso da una fede che non viene da alcuna fonte visibile, come se una luce splendesse ma senza che si veda la lampada.”
Io posso solo rispondere: della propria saggezza nessun uomo può essere giudice. Se la santità pervade il suo lavoro o lo illumina come una luce, non viene da lui, ma attraverso di lui. Naturalmente Il Signore degli Anelli non mi appartiene. E’ stato portato a termine e ora deve andare per la sua strada, nel mondo, benché sia naturale che io provi molto interesse per le sue fortune, come un genitore si interessa ad un figlio. Ma alla fine mi conforta sapere che ha dei buoni amici come voi”. (op cit, lett 328)
Quando scrisse Fabbro, il Signore degli Anelli aveva già fatto tanta strada incontrando tante persone. Per questo il racconto ha il sapore di un congedo, la specialità di Tolkien! Nella sua stessa vita accademica, il nostro autore non pronunciò il discorso di insediamento (avvenimento ambito dai più) ma, piuttosto fuori dal comune sentire e agire, ne tenne uno di commiato al tempo del suo ritiro dal lavoro con suo sommo divertimento.
Smith di Wotton Major è dunque il racconto del commiato, e mantiene il sapore delle spiagge dei Porti Grigi. Là dove la partenza è un distacco talvolta penoso, ma allo stesso tempo dove la meta intravista è il sogno di ogni mortale o elfo che sia.
Autore: Ives Coassolo.