Gli Hobbit “neri”: gli Harfoots e i primordi dei Mezzuomini

Negli ultimi giorni ha destato molto scalpore l’intervista di Lenny Henry, attore e comico britannico membro del cast della serie The Lord of The Rings on Prime, al programma Saturday Live del canale radiofonico BBC 4, nel quale rivela e conferma il suo ruolo di Hobbit, già preannunciato qualche mese fa da TheOneRing.net.

L’ex guest star di Doctor Who, pochi giorni fa, ha infatti dichiarato:

Sono un Pelopiede perché JRR Tolkien, che era anche lui di Birmingham, ha creato anche degli Hobbit neri, e io sono uno di loro, è fantastico… E una cosa da tener da conto è che è un prequel rispetto all’era che abbiamo già visto nei film, si parla dei primi giorni della Contea dell’ambientazione di Tolkien. Siamo una popolazione indigena di Harfoots, siamo Hobbit […] siamo multiculturali, in quanto una tribù e non una razza, quindi abbiamo i neri, gli asiatici e gli scuri… perfino qualche Māori. È tutto un nuovo mondo di avventure che piantano le radici sulle origini di diversi personaggi e ci vorranno almeno dieci anni per raccontare la storia. Perché è basata sul Silmarillion che è quasi uno schema di tutto quello che è accaduto nella Seconda e Terza era.

Queste sono state le prime vere dichiarazioni di un membro del cast riguardo alla trama, le prime ad avere un certo peso specifico; e hanno colto molti di sorpresa, facendo gridare allo “scandalo” tutti coloro che insistono da sempre  che Tolkien sia un “alfiere del nord Europa”, ma anche chi fa leva sul fatto che la presenza di Hobbit di colore o di altra etnia sia un tradimento degli scritti dell’autore. Questi ultimi assumono che gli Hobbit, benché facciano parte tutti della stessa etnia, siano tutti molto simili e debbano necessariamente corrispondere, fin dall’inizio della loro comparsa su Arda, agli Hobbit della Terza Era, che hanno un aspetto tipicamente britannico perché in parte rappresentano “il buon contadino inglese” dell’epoca medievale e moderna. 

Ma è davvero così? Sul serio Amazon ha fatto un azzardo e ha imboccato la via del “politically correct a tutti i costi” che alcuni dicono essere uno dei “mali” dell’intrattenimento odierno?

La questione in realtà è molto diversa e si presta a due tipi di considerazioni.

La prima, di genere egualitario, è questa: la Terra di Mezzo appartiene a tutti, ormai, e la presenza di maggiore inclusività è doverosa, ovviamente senza esagerare, in modo da non stravolgere l’ambientazione tolkieniana, e rimanendo fedele alla Cronologia – che, da contratto, è la condizione che la Tolkien Estate ha posto per lo sviluppo della serie – ma lasciando aperta la possibilità di riempire i vuoti che Tolkien ha lasciato. E la Storia dei primissimi Hobbit fa parte di queste lacune non affrontate dal Professore, ed è necessario perciò colmarle in quanto cruciali per la storia della Terra di Mezzo. 

La seconda e più importante considerazione si rifà agli stessi scritti di Tolkien. Henry asserisce che Tolkien stesso parla di Hobbit “neri”, con una carnagione più scura rispetto agli altri Hobbit, ed effettivamente, nell’ottica di una verifica, è così, o perlomeno non è un’asserzione nata dal nulla.

Nel Prologo del Signore degli Anelli, il Professore parla dell’origine degli Hobbit: di loro abbiamo notizie certe solo dall’anno 1600 della Terza Era, durante il quale i fratelli Marcho e Blanco “partirono da Bree; e ottenuto il permesso dell’alto sire di Fornost attraversarono il bruno fiume Baranduin con un gran seguito di Hobbit”. Così nacque il primo insediamento nella Contea.

Ma prima?

Degli Hobbit nella Prima e Seconda Era non si sa praticamente nulla, perché erano molto abili a nascondersi dalla “Gente Grossa”, come ci chiamano, e le loro storie iniziano dal Computo Conteale, cioè dal loro arrivo nella Contea. 

Prima è tempo di leggende, ma è chiaro che gli Hobbit esistevano e che non potevano essere “quelli della Contea” perché i popoli che migrano tendono sempre a mescolarsi tra i ceppi e a mutare: nella nostra stessa Storia, sappiamo ormai bene che le origini dell’Homo Sapiens risiedono in Africa, e che solo dopo migliaia e migliaia di anni si è giunti alle etnie di cui facciamo parte. Naturalmente nella Terra di Mezzo i tempi sono più ristretti, ma non avendo Tolkien principalmente interessi biologici ed etnografici bensì linguistici, la questione dell’evoluzione è lasciata in sospeso.

Non si può arguire niente con certezza… o invece sì. Perché è Tolkien stesso ad illuminarci, in qualche modo. Sempre nel Prologo infatti, narra di come, ancora prima di valicare i Monti Brumosi, nei primi anni della Terza Era, gli Hobbit fossero già divisi in “tre ceppi alquanto diversi”: i tre ceppi, quindi, non erano così rassomiglianti tra loro, e solo mescolandosi successivamente si arriverà alla popolazione della Contea. 

C’era quindi spazio per caratteristiche fisiche e culturali alquanto diverse, ed effettivamente Lenny Henry non sbaglia quando dice che è Tolkien stesso che ne parla. Infatti i tre ceppi erano “Pelòpedi, Nerbuti e Cutèrrei. I Pelòpedi erano di pelle più scura, più piccoli e più bassi, non portavano la barba e neanche le scarpe; avevano mani e piedi proporzionati e agili; e preferivano gli altopiani e i pendii”. Ora, come si può vedere, questo ceppo ha la pelle più scura: Tolkien utilizza il termine “browner”, che vuol dire più scuro, e non “abbronzato” o “marroncino”, come sostenuto da alcuni. Quando vuol parlare di persone abbronzate dal sole, Tolkien non è vago o reticente. Lo esplicita, come nel caso delle Entesse.

Alcuni dicono che questi Pelòpedi (o Pelopiedi nella prima traduzione, Harfoots in originale) debbano essere raffigurati come “mediterranei”, per esempio italiani del sud o nordafricani, e può anche essere, ma non c’è nessuna specifica di Tolkien a questo riguardo, se si parla di Hobbit. Quindi le interpretazioni, a mio avviso, possono essere molteplici, senza la sicurezza di poter tacciare qualcuno di “tradimento”. Inoltre, Tolkien aggiunge un particolare interessante: i Pelòpedi erano stati a contatto con i Nani e conservarono a lungo “l’atavica usanza di vivere nelle gallerie e nelle buche”. Come una tribù, e questo collima con le dichiarazioni dell’attore. 

Aggiungo inoltre che anche gli altri due ceppi si prestano a interessanti osservazioni: dei Nerbuti non viene specificato il colore della pelle e dei Cùterrei si dice che “erano più chiari di carnagione e anche di capelli”. Qui vorrei osservare due cose:

  1. I Cutèrrei (o Paloidi nella prima traduzione, Fallohides in originale) non vengono definiti “biondi”, come hanno detto alcuni, ma più chiari degli altri due ceppi: come ogni lettore di Tolkien dovrebbe sapere, i bambini biondi tra gli Hobbit erano rarissimi, e  cominciarono ad aumentare solo con la nascita di Elanor, la primogenita di Sam Gamgee. Quindi la carnagione di tutti gli Hobbit non era di media “scandinava”;
  2. Dei Nerbuti (o Sturoi nella prima traduzione, Stoors in originale) non viene specificato il colore della pelle, ma dalla frase sembra di capire che fossero più simili ai Pelòpedi, quindi erano un “livello” intermedio. Forse erano loro i più “mediterranei” degli Hobbit

In  conclusione, credo che non sia un’eresia la presenza, tra gli Hobbit primordiali, di persone nere, maori o asiatiche – e sotto il termine “asiatico” ricadono non solo chi ha gli occhi a mandorla, ma anche le popolazioni mediorentali – ma anzi che sia una interessante ipotesi per caratterizzare il ceppo dei Pelòpedi. 

Sappiamo che nella Terza Era coloro che colonizzarono per primi la Contea furono i Cùterrei, il gruppo meno numeroso ma forse quello più abile a sopravvivere: proprio come l’Homo Sapiens! Alla fine, rimase il gruppo vincente, mescolandosi agli altri due. Ed è così che vennero fuori gli Hobbit della Contea.

Ma prima di quel momento c’è una lunga storia da raccontare. E sarà affascinante vederlo nella serie TV che tutti aspettiamo!

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