Immagini, qualità e dettagli.

Il 10 febbraio Vanity Fair ha pubblicato un articolo in cui mostra alcune scene prese direttamente dal set dell’attesissima serie Amazon sulle vicende della Seconda Era della Terra di Mezzo. E non solo.

Intervistando i due creatori, Patrick McKay e J.D. Payne, si svelano alcune scelte narrative e di trama adottate per le ben cinque stagioni dello show. Diverse cose le abbiamo già intuite in questi mesi nella perforante campagna di marketing che Amazon ha messo in campo, con teaser e immagini: un parlare ai fan più esperti e attenti ai dettagli. Pochi giorni prima infatti erano uscite 23 immagini di mani e oggetti di diversi personaggi della serie: la cura dei dettagli, con stemmi, tengwar, rune e abbigliamenti è sorprendente. Inoltre il teaser della forgiatura del titolo ha stupito molto per la cura “manuale” senza adottare la CGI e, personalmente, per come è stata “recitata” la celeberrima Poesia dell’Anello, con una fedeltà filologica nella pronuncia notata da molti (per esempio, per la parola “Mordor”). In più, altro elemento che ci fa capire quanto la serie voglia parlare e stuzzicare soprattutto quella parte di fandom attenta ai particolari: sempre qualche giorno fa Amazon ha pubblicato un video in cui ha annunciato l’uscita del primo trailer, con semplicemente una scritta: “Teaser trailer arrives”, seguita da una scritta in sindarin; trollando un po’ i “babbani” che non conoscono le lingue elfiche, la data tanto attesa è proprio in quella scritta in elfico, il 13 febbraio 2022, quindi stanotte, per il SuperBowl, da sempre palcoscenico per gli annunci pubblicitari più attesi sulla scena statunitense.

Questa enorme crescita di hype però ha subìto una frenata con l’articolo di Vanity Fair che citavo. Anzi, molti fan delle opere letterarie di Tolkien – e delle loro trasposizioni cinematografiche e ludiche – si sono proprio scagliati contro alcune di queste immagini, dando già ora un giudizio molto negativo e di poca coerenza della serie, tacciandola di “gameofthronizzazione” di Tolkien.

Proviamo a vedere alcune di queste immagini che hanno suscitato molto scandalo, per poi soffermarci in realtà su quello che io reputo possa esser un vero problema per la tenuta coerente e filologica della serie

Galadriel guerriera.

Una delle immagini più interessanti è una Galadriel in armatura in un villaggio, probabilmente scena di un’azione militare se non proprio di guerra. Molti, conoscendo la più nota ed eterea Galadriel di Cate Blanchett, si sono scandalizzati nel vederla “gameofthronizzata” su un campo di battaglia. Ora, coloro che hanno letto le Appendici del “Signore degli Anelli”, il “Silmarillion” e parte dei volumi della “History of Middle-Earth”, sanno benissimo che questa è un’accusa senza motivo e che, anzi, questa è l’occasione di vedere una parte del personaggio di Galadriel che Jackson non poteva mostrarci, perché appartenente a una parte della vita della Regina di Lorien lontana dalle vicende de “Il Signore degli Anelli”.

È Tolkien stesso (lo appuriamo nei “Racconti incompiuti”) che ci dice che Galadriel pareggiava in statura e forza gli efi maschi, tanto che il nome materno era “Nerwen”, cioè “ragazza-uomo”; la sua ambizione di conoscenza e di creare un regno suo la portò a ingrossare le file dei Noldor che abbandonarono Valinor per seguire i figli di Fëanor nella cerca dei Silmaril. Anzi. Nell’ultima versione del fratricidio di Alqualondë messa mano da Tolkien prima di morire (riportata sempre dei “Racconti Incompiuti”) lei combatte in prima persone contro i Noldor per difendere i Teleri: quindi l’idea di una Galadriel guerriera e non solo Signora eterea era ben presente nella mente di Tolkien.

È durante la Seconda Era che Galadriel aumentò il suo potere: non solo fondò insieme al marito Celeborn il regno dell’Eregion, luogo dove la confraternita guidata da Celebrimbor avrebbe forgiato tutti gli Anelli del Potere tranne l’Unico, ma, una volta che la confraternita, istigata da Sauron, prese il potere, rifugiandosi oltre le Montagne fonderà il germe di quello che sarà il Regno di Lorien. Entrambi i regni (e non solo) da allora avrebbero vissuto in perenne guerra aperta contro Sauron. Non dovrebbe perciò essere sbagliato ipotizzarla in versione guerriera, ma ovviamente dipende molto da come la cosa verrà resa nella trama.

Credo che se proprio un appunto bisogna fare a questa e altre immagini di Galadriel interpretata da Morffyd Clark, è la mancanza di lucentezza; lo stesso nome elfico vuol proprio dire “Fanciulla Coronata di Capelli Lucenti”. Sempre stando a Tolkien, i capelli e gli occhi di Galadriel erano di una bellezza unica anche tra gli elfi, accresciuta per aver raccolto e visto la luce degli Alberi di Valinor; lo stesso Fëanor ne desiderava una ciocca per crearne gioielli. Tutto ciò non compare nelle immagini, ma voglio sperare e credo che essendo immagini di scena siano ancora prive della post-produzione. Quindi, aspettiamo di vedere il prodotto finito per giudicare.

Arondir, l’elfo dello scandolo

Elfo scuro e nana scura.

Ecco la vera pietra dello scandalo per molti: la presenza di due personaggi del tutto inventati e creati per la serie. E non solo sono stati inventati e introdotti dal di fuori della mente di Tolkien, ma sono pure di carnagione scura! In particolare il personaggio dell’elfo silvano Arondir, con la critica che “Non esistono elfi di colore! Tolkien non ne ha mai parlato! Una scelta nata solo per il politicamente corretto!”.

Ok, andiamo con ordine. La critica che non possa esistere un personaggio di colore tra gli elfi tolkieniani è a mio giudizio inconsistente basandosi proprio sulla costruzione Tolkieniana. È vero che Tolkien non ha mai raccontato le vicende di un elfo di colore, ma ha chiaramente parlato di molti elfi che non solo non arrivarono mai a Valinor, ma che si persero o non parteciparono o interruppero la Grande Marcia verso le coste del Beleriand. Questi vengono chiamati Avari o Nandor e molti di questi vennero tra l’altro catturati da Melkor/Morgoth stesso per creare la razza degli Orchi.

Ora, non sono contrario a priori a una scelta del genere ma va giustificata e inserita bene in questa dinamica, evitare di creare delle comunità elfiche alla “The Witcher” che sono un insieme di esuli rifugiati di diverse etnie: la situazione sociopolitica nel mondo di Tolkien è totalmente diversa da quella creata da Sapkwoski (e da Netflix).

Inoltre, se elfi e uomini, Primogeniti e Secondogeniti, sono simili ed entrambi condividono molto dell’aspetto fisico e sono Figli di Iluvatar entrambi, perché non immaginare che, come gli uomini, una differenziazione somatica non l’abbiano potuta avere anche gli elfi? Anche qui: non sarà tanto il fatto in sé di un elfo di colore ad aprire a critiche di mancanza di coerenza, ma lo sarà se questa scelta non viene giustificata o viene insufficientemente giustificata. Dovremo perciò aspettare anche qui la visione della serie.

Disa alle porte di Khazad Dum

La Principessa nana Disa: qui la critica principale, oltre al fatto che sia di carnagione scura, è che non abbia la barba. Molti si sono scandalizzati per questo. Il tutto nasce da una stratificazione mediatica: è vero che Tolkien nelle Appendici parla dicendo che nani e nane erano difficilmente distinguibili tra loro (soprattutto per l’abbigliamento), ma non cita mai quello che è diventato famoso grazie a una battuta presente ne Le Due Torri di Peter Jackson: che anche le nane abbiano la barba. Tolkien non lo dice, in Tolkien non troviamo nessun riferimento a ciò. Tolkien dice solo che assomigliano nell’aspetto agli uomini, ma non aggiunge quel determinato particolare. Perciò, se qualcuno accusa la povera Disa di essere poco coerente a Tolkien perché senza barba deve sapere che è più facile che sia l’opposto: è molto più fedele lei delle nane presenti in alcune scene de Lo Hobbit di Peter Jackson, in cui hanno un accenno di barba.

[EDIT: Mi è stato fatto notare da chi conduce e ascolta RADIO BREA, radio de I Sentieri Tolkieniani, che a quanto pare la barba sul volto di Disa ci sarebbe.]

Sul colore della pelle qui invece abbiamo proprio Tolkien che parla di diverse “famiglie” di nani e li colloca in diverse parti della Terra di Mezzo. Di nuovo, dovremo capire come sia arrivata a Moria la principessa Drasi e solo questo ci permetterà di giudicare la sua presenza come fattore di coerenza al legendarium: che sia promessa in sposa a qualche principe/nobile nano?

Rispetto alle critiche sul colore della pelle, che, ripeto, trovo sterili e al momento inutili, provocatoriamente trovo molto più coerente una critica più radicale sul fatto che esistano personaggi inventati ex novo, perché non presenti nei testi letterari; critica molto più radicale ma almeno coerente e non mossa dalla paura del politicamente corretto

L’umana Bronwyn e l’elfo Arondir

L’amore inter-razziale e le comunità miste (e la paura di Tauriel).

Altro elemento di forte critica è un possibile amore tra Arondir e una umana delle terre del sud, Bronwyn, con l’accusa di ripetere, solo per creare ambientazioni amorose, il pasticcio cinematografico dell’amore tra l’elfa Tauriel e il nano Kili. C’è da dire però che è Tolkien stesso ad aver previsto legami amorosi e famigliari tra le due stirpi dei Figli di Iluvatar, elfi e uomini, al contrario di quelli tra elfi e nani. E il buon Tolkien assieme alle più grandi e note vicende de “Il Silmarillion” (una su tutte Beren e Luthien) o de “Il Signore degli Anelli” (Aragorn e Arwen) ci parla di comunità miste umani ed elfi in cui potevano capitare queste relazioni. Quindi perché non immaginare anche per terre lontane dalle vicende del Silmarillion, un incontro tra una umana e uno degli Avari o Nandor e che questo abbia portato a una relazione d’amore?

“E ma allora andava bene anche l’amore tra Tauriel e Kili!”. Mi dispiace, ma no.

La discriminante è sempre la stessa: il pensiero e gli scritti di Tolkien. In tutto il legendarium tolkieniano non abbiamo nessun esempio, accenno, allusione o dubbio sull’esistenza di una relazione amorosa tra un nano/a e un elfo/a. L’unica cosa che si avvicina molto molto alla lontana è l’infatuazione che Gimli ebbe per la bellezza e la saggezza di Galadriel. Ma attenzione, qui il linguaggio volutamente usato da Tolkien è quello dell’amore cortese medievale, un amore che divinizza la donna, che crea una forte separazione e distanza tra cantore e oggetto dell’attenzione. Quindi, in qualche modo, a maggior ragione Tolkien, con questa scelta, ci dice che non può esserci una cosa del genere tra le due “razze”.

I due autori, Patrick McKay e J.D. Payne

Il problema tempo.

Finora queste critiche, a mio giudizio, sono o sterili e non basate sul legendarium di Tolkien o al momento ancora non verificabili, poiché dovremo attendere la reale messa in scena e spiegazione di tali scelte per poterle giudicare coerenti o meno.

Cosa che invece mi sconcerta non poco e che secondo me sarà un grosso problema è la scelta dell’arco temporale della serie, che, a detta degli stessi autori, concentrerà la maggior parte delle vicende della Seconda Era in pochi anni invece che nei duemila anni raccontati da Tolkien.

Una scelta del genere è ben comprensibile e sotto un certo punto di vista era inevitabile: il linguaggio cinematografico o, ancor meglio, quello di una serie tv è diverso da quello letterario e le parole degli autori sono eloquenti:

“Se fossimo rimasti fedeli al testo, avremmo raccontato una storia in cui i personaggi umani sarebbero morti a ogni stagione perché avremmo fatto balzi di 200 anni nel tempo, e non avremmo incontrato i personaggi importanti fino alla quarta stagione”.

Ma nella Terra di Mezzo ahimè ci sono metri temporali diversi a seconda delle razze e dei personaggi e comprimere il tempo mette in campo dei seri problemi sulla tenuta non solo della trama, ma anche dei personaggi.

Gli Elfi, che sono immortali ma anch’essi soggetti alla materialità del mondo, hanno un punto di vista temporale più lento e più stratificato degli Uomini che, avendo il dono della Morte, invece hanno vigore e necessità più impellenti da sviluppare nella propria vita. Gli Elfi sanno aspettare, ma questo loro aspettare li logora, tanto da non sentirsi più parte della Terra di Mezzo una volta giunti nella Terza Era. Se le vicende raccolte tra gli eventi dalla Forgiatura dei Grandi Anelli fino alla Caduta di Numenor vengono sviluppate in pochi anni, forse decenni, non avremmo quel tempo necessario per far crescere alcuni personaggi elfici importanti, alcuni regni elfici e non avremmo la reale percezione del lungo e inesorabile decadimento di Numenor, avvenuto attraverso le generazioni.

Ciò cambia veramente l’immaginario: i Numenoreani hanno bisogno veramente di molto tempo per abbandonare la fedeltà verso i Valar, hanno bisogno di tempo di sentire, generazione dopo generazione, che una lunga vita con alla fine la morte è comunque una vita destinata a interrompersi; i Numenoreani hanno bisogno di tempo per diventare da grandi re benefattori dei popoli umani a re tiranni delle coste della Terra di Mezzo.

Ancora più chiaro se affrontiamo la figura di Elrond, uno dei personaggi ovviamente principali della serie.

Elrond.

Nella serie vedremo l’evoluzione di un “giovane” Elrond che, sotto l’ala di grandi Signori elfici del tempo (come Gil-Galad), diventerà successivamente uno dei più grandi saggi presenti nella Terza Era. Questa prospettiva della serie è molto entusiasmante e non vedo l’ora che venga sviluppata: una vera e propria “storia della genesi” di uno dei principali e più interessanti personaggi tolkieniani, con un passatto già ricco di punti e vicende uniche e traumatiche.

Elrond è figlio di Eärendil, che diviene letteralmente una stella (quella del Vespro) per uomini ed elfi, figlio di entrambe le stirpi, umana ed elfica e fratello del primo re di Numenor e ancestrale avo dei Re di Gondor, Elros. Lui e suo fratello nacquero nella Prima Era e toccarono con mano l’oscurità e le devastazioni di Morgoth, furono rapiti e cresciuti da due degli ultimi figli di Fëanor. Sono stati gli unici che poterono scegliere a quale destino legarsi, se a quello mortale degli uomini o a quello immortale degli elfi: Elrond si legò alla stirpe elfica, Elros fu il primo re di Numenor. Insomma, il punto di partenza è notevole ma l’Elrond sotto il regno di Gil-Galad non è ancora l’essere saggio e potente che vediamo nel Signore degli Anelli. Ora, se veramente i creatori della serie hanno avuto l’intuizione di esplorare la crescita personale di Elrond, per far questo, se vogliamo rendere veramente bene la cosa ed esser fedeli a Tolkien, non può che accadere in migliaia di anni.

Nell’ultima opera di raccolta di appunti e scritti di Tolkien (non ancora tradotta in italiano), “The Nature of Middle-Earth”, troviamo una dettagliata descrizione del passare del tempo per gli elfi: la gestazione nel grembo materno è di 3 anni, il pieno utilizzo della parola a 6 anni, l’intera Seconda Era, per un elfo che avesse precedentemente raggiunto la maggiore età, equivale a 23 anni di vita elfici, per gli uomini 3441. Si capisce che, se l’intera vicenda che si vuole raccontare, che nel Silmarillion e nelle Appendici dura circa 2000 anni, viene compressa in pochi decenni, se non anche in pochi anni, affrontando la crescita di un personaggio stratificato e importante come Elrond noi perdiamo moltissimo del senso della cosa e della coerenza con il legendarium. Tanto più se, sempre nella “The Nature of Middle-Earth”, si calcola che all’inizio della guerra in Eregion dopo la forgiatura dell’Unico Anello Elrond avesse circa 27 anni di vita elfici e alla fine dell’era circa 45, ma nel mezzo trascorsero quasi 2000 anni solari.

Cosa aspettarsi e cercare dalla serie.

Insomma, per concludere, quale sarà il vero movente e motivo per vedere questa serie? Credo che sia quello che dovrebbe, da tutte queste avvisaglie, collegare idealmente la serie con la realizzazione del mondo tolkieniano da parte di Jackson: entrare fedelmente nel dettaglio, anzi, con dettagli maniacali, nei luoghi e nelle culture che la mente di Tolkien ha partorito. Vedere sullo schermo i paesaggi, le città, le costruzioni, le vette, i vestiti, le armi, le usanze, sentire le lingue è stata la chiave del successo del lavoro di Jackson, ed è forse la parte salvabile di un lavoro fortemente incoerente come lo è stata la trilogia de Lo Hobbit. Questo aspetto, più della monolitica fedeltà alla trama letteraria, ha fatto amarr la versione cinematografica di Jackson ed è questo che mi aspetto principalmente dalla serie Amazon, e le premesse sono buone: la creazione di quel mondo nel dettaglio, con una coerenza di base e spirito riguardo agli scritti.

Intanto questa notte, al Super Bowl, uscirà il primo e vero proprio trailer della serie: ovviamente attesissimo e probabilmente futura fonte di ulteriori speculazioni su dettagli e allusioni come Amazon ci ha abituati finora. Possiamo solo avere il desiderio che la speranza di immergerci in quel mondo e in quel tempo divampi senza esser delusa alla prova dei fatti.