Il documentario di Giuseppe Contarino racconta Nicolas Gentile e la sua Contea attraverso le persone, trasformando una storia di malattia e di sogno in una riflessione sul tempo scorre.

Durante la masterclass di Peter Jackson all’ultimo Festival di Cannes, un uomo vestito da hobbit si alza tra il pubblico e, con la voce rotta dall’emozione, ringrazia il regista — e con lui J.R.R. Tolkien — per avergli, in sostanza, salvato la vita. Le immagini fanno il giro del mondo. Quell’uomo è Nicolas Gentile, il pasticcere abruzzese che il pubblico internazionale ha imparato a conoscere come «l’Hobbit italiano», e la sua vicenda è il cuore di “La mia anima ha fretta” (titolo internazionale “My Soul Is in a Hurry”), documentario del regista Giuseppe Contarino, presentato nel 2026.

 

Un pasticcere, una diagnosi, un sogno

A Bucchianico, piccolo paese in provincia di Chieti, Nicolas si sveglia sempre prestissimo per andare nel laboratorio della pasticceria di famiglia. È una vita ordinata, scandita dai ritmi del lavoro. Eppure, dentro questa quotidianità, a un certo punto qualcosa si è incrinato. Dopo gli studi di geologia e il ritorno al paese natale, Nicolas, lettore appassionato di Tolkien da sempre, si è trovato a fare i conti con una diagnosi di leucemia. È da quel momento di sospensione, da quella improvvisa consapevolezza che il tempo non è infinito, che nasce la sua scelta radicale: non sprecare più nemmeno un istante e provare a vivere davvero come desidera.

Il titolo del film viene da una poesia attribuita al brasiliano Mário de Andrade. Quei versi — la scoperta di avere ormai più anni alle spalle che davanti a sé, e l’urgenza di assaporare ciò che resta come un bambino conserva gli ultimi dolci di un sacchetto — danno al documentario la sua chiave emotiva.

La scelta più interessante di Giuseppe Contarino è anche la più controcorrente: in un film su Nicolas Gentile, Nicolas quasi non parla. Il regista ha deciso di non intervistare il protagonista, ma di restituirne il ritratto attraverso chi gli sta intorno, ovvero i familiari, gli amici, i tanti che ogni anno raggiungono la Contea per vivere un’esperienza che, raccontano, cambia la vita. Si parla così non con Nicolas, ma di Nicolas, e lo si fa attraverso ciò che ha costruito e attraverso le persone toccate dal suo sogno.

Nella sua nota di regia, Contarino è esplicito: non gli interessava una storia di superamento, ma stare dentro l’incertezza. Ha scelto di osservare anziché spiegare, lasciando che il film si muovesse al ritmo interiore del protagonista, con le sue contraddizioni, le pause e i silenzi. Il risultato alterna il pellegrinaggio quasi mistico di Nicolas, fra i paesaggi vulcanici dell’Etna ripresi con grande respiro dalla fotografia di Vin Faro, e le voci di amici e collaboratori: esperti di sicurezza informatica o psicologi che, una volta varcata la soglia della Contea, tornano a essere raminghi e cartomanti.

Emerge una realtà che dall’esterno può apparire idilliaca o giocosa, ma che gli autori non hanno voluto edulcorare: come ha ricordato l’autore delle musiche originali firmate Blindur, dietro l’incanto ci sono anche fango, fatica e perseveranza. Per Fiandra, più che celebrare l’epica delle grandi imprese, il film segue la riscoperta della semplicità come un modo diverso, migliore, di stare al mondo.

Nicolas stesso ifiuta l’idea di essere dipinto come una figura epica o leggendaria: il messaggio che gli sta a cuore è opposto e profondamente umano. Lui, che dice di aver commesso molti errori, vuole soprattutto ribadire che se persino una persona qualunque come lui è riuscito a inseguire un sogno, allora può farlo chiunque lo desideri davvero. È questa, in fondo, l’eredità più semplice e più potente del documentario.

Oltre il film: da Colbert a Peter Jackson

La storia della Contea ha da tempo varcato i confini del documentario. La mia anima ha fretta include una clip esclusiva dal The Late Show with Stephen Colbert, in cui il conduttore americano racconta al suo pubblico la vicenda di Nicolas e del villaggio tolkieniano sorto nella campagna abruzzese. E poi c’è il già citato episodio di Cannes, nel maggio 2026: proprio grazie anche alla partecipazione al film, Nicolas è riuscito ad accedere alla masterclass di Peter Jackson e a prendere pubblicamente la parola davanti al regista neozelandese, in arrivo per ricevere la Palma d’oro alla carriera. Al termine dell’incontro, Jackson gli ha autografato l’agenda della Contea con due parole: «Go on».

Il viaggio nei festival

Firmato dalla casa di produzione FA Productions, della durata di 74 minuti, il documentario ha avuto la sua prima presentazione pubblica al COMICON di Napoli il 3 maggio 2026, con un estratto inedito mostrato insieme agli autori, a Blindur e al critico cinematografico Gianluca De Angelis. Pochi giorni dopo, il 7 maggio, l’anteprima internazionale all’El Ojo Maya International Film Festival, in Chiapas (Messico), si è chiusa con il premio come Miglior Documentario Internazionale. Inoltre, sempre nel mese di giugno, il film ha ottenuto una nomination ai WA Screen Culture Awards, evento che si terrà il 16 luglio in Australia.
Il 13 giugno 2026 è stata proiettata un’anteprima a Sentieri Tolkieniani, evento culturale dedicato all’eredità di Tolkien e verrà proiettato per intero il 19 settembre 2026 proprio nella Contea Gentile in Abruzzo.

Per Giuseppe Contarino, regista, sceneggiatore e produttore formatosi tra la National Film and Television School di Londra e la Roma Film Academy e già al lavoro su progetti internazionali (tra cui il documentario Stranger in Paradise, premiato all’IDFA), questo film segna l’inizio di una ricerca personale sul rapporto tra realtà, tempo e identità. E lo fa partendo da un paradosso luminoso: per imparare a non avere fretta, a volte serve un’anima che la fretta la conosce bene.