C’è un momento, nelle ultime pagine de Il Ritorno del Re, in cui Gandalf rifiuta la logica dei grandi disegni. Non spetta a noi, dice in sostanza, governare tutte le maree del mondo: il nostro compito è più modesto e proprio per questo più alto, sradicare il male dai campi che conosciamo e lasciare a chi verrà dopo una terra sana da coltivare. È da questa frase, tratta dal capitolo “L’ultima discussione” che ha preso spunto l’intervento di Ivano Sassanelli alla lezione aperta “Dalla fantasia al potere. Al potere della fantasia. Tra Tolkien, Rowling, Lewis e Martin”, tenutasi il 28 maggio 2026 presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Salesiana di Roma.
La giornata ha messo a confronto quattro grandi saghe del fantastico contemporaneo, interrogandone il significato antropologico e politico: il potere e la religione ne Il Trono di Spade (Simone Budini), la legittimità e il superamento della tirannia nelle Cronache di Narnia (Angelo Mereghetti), la prevaricazione e il sacrificio in Harry Potter (Federica Calabrese). A Sassanelli è toccata la Terra di Mezzo, con una relazione dal titolo eloquente: “Sauron desiderava essere un Dio-Re”: sul potere e la teologia politica della Terra di Mezzo di Tolkien.
Quando il Papa cita Gandalf
L’aggancio scelto da Sassanelli non poteva essere più attuale. Pochi giorni prima, il 25 maggio, era stata presentata in Vaticano Magnifica humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. E in quel documento magisteriale, accanto ad Agostino, Tommaso e Platone, compaiono proprio le parole di Gandalf: il pontefice le richiama per fondare un principio di responsabilità.
Il senso è chiaro. Davanti a una trasformazione epocale come quella tecnologica, la tentazione è quella di pensarsi padroni del destino del mondo — o, all’opposto, di sentirsi così piccoli da arrendersi. Tolkien, attraverso Gandalf, indica una terza via: agire bene nel tempo e nello spazio che ci sono dati, senza cedere alla forza né all’odio. Un principio ermeneutico, prima ancora che una citazione letteraria.
Non Bene contro Male, ma la morte
Il primo equivoco che Sassanelli ha voluto smontare è il più diffuso: l’idea che l’opera di Tolkien si riduca a una lotta manichea tra Bene e Male. Non è così. Il tema che attraversa in profondità la sua scrittura è la morte — la paura della fine e, di rimando, la domanda sul senso della vita.
È un’osservazione che restituisce a Tolkien il suo spessore. La Terra di Mezzo non è un campo di battaglia tra forze astratte, ma un mondo abitato da creature mortali (e da altre che mortali non sono) costrette a misurarsi con il limite. L’invito che ne deriva è al discernimento: l’uomo contemporaneo, ha osservato il relatore, spesso non sa più chi è né cosa fare, e finisce per deresponsabilizzarsi. Tolkien ricorda invece che non siamo l’assoluto, e che il nostro compito comincia dalla cura del quotidiano.
Sauron, il Maia che volle farsi dio
Per illuminare la natura del potere, Sassanelli è risalito alle Lettere di Tolkien, dove l’autore spiega in prima persona la logica dei suoi personaggi. Sauron, ricorda, non nasce malvagio: è un Maia, uno spirito che in origine desiderava organizzare le cose, mettere ordine nel mondo per il benessere degli abitanti della Terra di Mezzo.
Il punto di rottura è l’orgoglio. Da quel desiderio di efficienza Sauron scivola nella pretesa di onori divini: vuole essere adorato, vuole farsi Dio-Re. Il conflitto del Signore degli Anelli, in questa lettura, non è uno scontro tra buoni e cattivi, ma la denuncia di un’usurpazione — quella di un potere temporale che si arroga prerogative che non gli spettano. È una tirannide che comincia con le migliori intenzioni e si corrompe nel momento esatto in cui smette di servire e pretende di dominare.
L’Anello: il potere messo fuori di sé
Qui si arriva al cuore dell’intervento. Che cos’è davvero l’Unico Anello? Sassanelli, richiamando ancora le riflessioni di Tolkien, ha allontanato le due interpretazioni più ovvie e più sbagliate: l’Anello non è la droga, non è la bomba atomica. È qualcosa di più sottile e, oggi, di più inquietante.
L’Anello incarna la volontà di esternalizzare il potere: di riporre la propria forza in un oggetto esterno per controllare gli altri. Ma è una trappola che si ritorce su chi la tende. Chi affida sé stesso a quell’oggetto perde il controllo di sé e ne diventa dipendente. Il dominatore finisce dominato dal proprio strumento di dominio.
L’analogia con il presente, a questo punto, si scrive da sola — ed è proprio quella che attraversa l’enciclica di Leone XIV. Deleghiamo continuamente le nostre capacità a strumenti esterni per guadagnare tempo ed efficienza, e in cambio rischiamo di sviluppare nuove forme di dipendenza. L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, è “l’anello del potere del nostro tempo”: la tentazione di prevalere sul prossimo attraverso mezzi esterni e scorciatoie. Non a caso, l’azienda di sorveglianza Palantir prende il nome proprio dalle “pietre veggenti” della Terra di Mezzo — strumenti di visione che diventano, nelle mani sbagliate, strumenti di manipolazione.
Cosa può fare un singolo Hobbit
Resta la domanda che chiude ogni grande storia di Tolkien e che Sassanelli ha posto in conclusione: di fronte a problemi di proporzioni gigantesche, cosa può fare il singolo? La risposta della Terra di Mezzo non è la rassegnazione, ma neppure il delirio di onnipotenza. È la fedeltà al quotidiano: fare il bene possibile nel tempo e nello spazio che ci sono affidati.
È la stessa logica dei piccoli — gli Hobbit — che cambiano il corso della Storia non perché siano i più forti, ma perché non smettono di assumersi la propria, minuscola, decisiva responsabilità. Ed è la prova, ancora una volta, che la letteratura fantastica non è evasione. Superato il mito della fuga dalla realtà, le storie di Tolkien si rivelano per ciò che sono: chiavi di lettura del presente, e strumenti per agire in esso con consapevolezza.
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