Tolkien and the mistery of Literary Creation, pubblicato da Cambridge University Press, è l’ultimo libro di Giuseppe Pezzini, Fellow e Tutor al Corpus Christi di Oxford, nonchè professore associato di lingua e letteratura latina all’Università di Oxford.
Pezzini è stato spesso ospite a Sentieri Tolkieniani, e assieme a lui abbiamo collaborato a molto progetti; questo suo libro, per chi scrive, è un passo importante nella conoscenza non solo delle modalità della creazione letteraria di Tolkien, ma anche dell’impianto teorico che Tolkien costruisce per la creazione del suo Mondo Secondario, Arda, che troviamo soprattutto nel saggio Sulle Fiabe.
Con una scrittura agile ma allo stesso tempo capace di andare a fondo in maniera erudita, Pezzini ci porta a conoscere molti aspetti spesso fraintesi o sottostimati dell’arte di Tolkien: come concepiva Tolkien l’arte letteraria? Era davvero “tutta cosa sua” oppure il suo lavoro era realizzato in collaborazione con qualcun Altro? Tolkien è l’unico autore delle sue opere, oppure all’interno del testo ci sono tanti altri autori, che sono anche personaggi delle loro storie?
Questi sono solo alcuni aspetti del libro, che è molto ricco e che necessita di una lettura attenta e paziente.
Qui di seguito vi sottolineo alcuni aspetti che mi hanno colpito particolarmente: primo tra tutti, il concetto delle “cornici meta-testuali” che troviamo all’interno delle opere di Tolkien. Questo aspetto viene poco trattato, ma è fondamentale per capire il modo di lavorare di Tolkien ( e per inciso spazzar via in maniera definitiva l’improprio e abusato concetto di “canone”…). Tolkien non vedeva se stesso come l’autore esclusivo del testo, si era sempre definito come qualcuno che aveva riportato alla luce qualcosa che “c’era già”.
Anche il Professore era quindi un sub-creatore, che aveva avuto la grazia di poter intravedere un frammento “della verità” e di poterla portare all’attenzione dei lettori, i quali essi stessi, “con altre menti ed altre mani”- come scrisse in una famosa lettera a Milton Waldman- potevano diventare tali; e così come lo erano stati alcuni personaggi delle sue opere che avevano scritto quei manoscritti che, nella “finzione” letteraria, Tolkien aveva poi ritrovato e tradotto. Operazione già usata in letteratura, da Manzoni o Cervantes, per fare due esempi, ma che Tolkien arricchiva con la creazione di questo fascinoso legame tra la creazione di Dio- l’Autore principale- e le subcreazioni dei suoi figli, Elfi e Uomini.
Per questo, leggiamo di Frodo e Bilbo, autori del Libro Rosso, che “diventerà” poi Il Signore degli Anelli, ma anche dei vari punti di vista interni al Signore degli Anelli, che si possono riscoprire leggendo tra le righe. Altri Hobbit, per esempio Merry e Pipino, hanno contribuito a quella grande opera, con i loro ricordi che sono stati inseriti in certi punti dell’opera, pensiamo a Pipino che conta “gli Ent-Passi” e poi si perde…insomma, il Signore degli Anelli è un’opera fatta in collaborazione, concetto cruciale dell’opera.
Infatti, in un altro passaggio che vorrei sottolineare, Pezzini ci chiarisce che questo concetto è già alla base del racconto in cui leggiamo della nascita del mondo, La Musica degli Ainur, a cui dedica una Appendice davvero interessante: Eru, Dio, non è creatore esclusivo del mondo, ma lavora assieme “ai rampolli del suo pensiero”, gli Ainur, i quali compongono la Musica davanti a lui, ma non per suo diletto “e basta”: quella Musica diventa un dono in cui ognuno porta i suoi talenti, per sviluppare un tutto armonioso, all’insegna della gratuità, altro concetto chiave dell’arte di Tolkien, contrario ad un uso geloso e utilitaristico dell’arte. Morgoth-Melkor cade nell’ombra proprio perchè vuole comporre solo per se stesso, non tenendo in considerazione la cooperazione e la gratuità, cardini principi per comprendere davvero la bellezza del mondo.
Infine, vorrei sottolineare ancora un aspetto, tra i tanti del libro ( di cui questo commento non può esaurire tutti gli stimoli e le riflessioni): il mistero della morte di Gandalf, un tema che ha generato fraintendimenti ed equivoci, e che invece Pezzini ci chiarisce, a mio modo di vedere, in maniera molto esauriente e soprattutto coraggiosa, in quanto cerca di dimostrare come Gandalf sia morto davvero e il senso delle misteriose frasi “fui mandato indietro” e “fui condotto fuori dal pensiero e dal tempo”. Pezzini ci pone il confronto “diretto” tra Eru e Gandalf, e perchè fosse necessario che Gandalf liberamente decidesse di mettere da parte se stesso, in un determinato momento, per poter meglio realizzare il progetto di Eru.
Una parte davvero stimolante del libro, che sicuramente genererà discussioni, ma che personalmente mi trova d’accordo, perchè Tolkien è maestro del non-detto e il lettore non può mai essere un mero fruitore, ma partecipa anch’egli, con la sua mente e la sua mano, al grande Albero delle Storie.
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